Perché portare giocattoli al Parco?

Vi ricordate quando eravate bambini e giocavate a “fare come se”?

In un attimo potevi essere chi volevi: una farfalla, la maestra, la mamma, il papà, il cane, un uccello e persino un mago o un supereroe! Il bastone che trovavi al parco diventava magicamente qualsiasi cosa tu necessitassi al momento ed era un attimo che, per combattere la noia nella tua cameretta, inventavi capanne e nascondigli utilizzando un semplice lenzuolo e qualche molletta.

Quante avventure! Quanta poesia in quei giochi così creativi e fantasiosi, così liberatori!

 

Liberatori perché attraverso quei giochi potevi elaborare situazioni vissute, avevi la possibilità di inscenare situazioni che generavano in te specifiche sensazioni oppure tirare fuori tutte le emozioni alle quali ancora non riuscivi a dare un nome.

Quando si gioca al “fare come se”, infatti, non si sta semplicemente imitando ma si è immersi in un atto creativo che presuppone un coinvolgimento interiore, un apprendimento profondo di ciò che ci accomuna e differenzia dall’oggetto della nostra “mimesis” (è questo il nome che prende il gioco del “rendersi simili a qualcosa e/o qualcuno” secondo gli studi di G. Scaramuzzo, docente universitario esperto di pedagogia dell’espressione).

 

Ma veniamo al dunque. Non sono qui per annoiarvi con un trattato di pedagogia (anche se chi fosse interessato all’argomento può scrivermi e sarò pronta a fornire spunti per saperne di più!).

Sono qui perché sento la necessità di comunicare la mia insofferenza nei confronti di un mondo che limita sempre di più la possibilità dei bambini di poter svolgere un’attività così naturale e così fondamentale per la crescita.

 

Ci siamo raccontati tante volte quanto sia importante, per noi Gorilla, il gioco libero ma proprio l’altro giorno, mentre ero al Parco con i gorillini di “A Ruota Libera”, pensavo quanto fosse fondamentale non solo che il gioco sia libero ma che sia anche e soprattutto liberato!!!

 

Liberato da cosa? Da tutti quei giocattoli che limitano la creatività, il pensiero divergente, la fantasia, l’espressione di sé…

 

Impedire l’atto mimesico, in ambito educativo, significa prendere una posizione chiara sul tipo di individuo che si intende formare: un individuo alienato alle logiche conformistiche, sordo alle richieste dell’altro poiché concentrato solamente su bisogni indotti dal consumo o sulla soddisfazione esclusiva dei propri, incapace di responsabilità e di solidarietà, apatico nei confronti della vita e di essere consapevole della propria situazione di fittizia libertà. Inibire la mimesis significa voler formare individui secondo un principio di uguaglianza che si esprime nella conformistica indifferenza e che niente ha a che vedere con il scoprirsi simili; individui che hanno perso qualsiasi con-tatto con la propria umanità.

 

Scrivevo questo nel mio lavoro di tesi di qualche anno fa e queste parole hanno risuonato forti nella mia testa, nel vedere l’ “area giochi” del nostro amato parco invasa da giocattoli di plastica, portati dalle famiglie con l’intenzione, sicuramente benevola, di far giocare tutti i bambini che frequentano il parco, anche i più piccoli che non possono ancora utilizzare lo scivolo. Un atto di condivisione sicuramente degno di nota ma che nasconde, a mio avviso, una lacuna che i miei occhi allenati alla pedagogia riescono a vedere e che spero di poter colmare, in qualche modo, con queste mie parole.

 

I bambini hanno veramente bisogno di tutta quella plastica per giocare?

Perché li portiamo al Parco?

Queste due semplici domande, a mio avviso, possono indicarci la via.

 

Quando si trova in un ambiente naturale, un bambino può sperimentare situazioni, esperienze, attività che al chiuso non sono permesse. Oltre a saltare nelle pozzanghere, salire sugli alberi, correre, rotolarsi, ecc., avete mai provato a pensare a quanti “giocattoli” ci sono in un parco? Non parlo di quei giocattoli che costruisce l’uomo ma di tutti quelli che la Natura ci dona!

 

Sono i cosiddetti “materiali destrutturati”: foglie, legnetti, sabbia, conchiglie, sassi, piume, fango, ecc., ossia tutto ciò che non nasce prettamente come “giocattolo” ma che può essere utilizzato in maniera simbolica e creativa.

Attraverso di loro il bambino può sperimentare, può creare, può esprimere se stesso e può tornare a giocare al gioco più prezioso di tutti, quello del “fare come se”. Attraverso l’utilizzo dei materiali destrutturati il bambino può mettere in scena le proprie emozioni, esprimere i propri ragionamenti, le proprie idee, può porsi domande e sviluppare i propri sensi che invece vengono offuscati dal giocattolo di plastica che è impersonale, sempre uguale, inodore, senza alcuna possibilità empatica.

 

Senza contare che, il più delle volte, i giocattoli acquistati in negozio richiedono l’immobilità fisica per poter essere utilizzati e in un posto come un parco pubblico, uno dei pochi luoghi rimasti ai bambini per potersi muovere liberamente è veramente necessario tenerli “buoni e fermi”?

 

Il mio non vuole essere un attacco ai giocattoli strutturati ma vorrei semplicemente innescare una riflessione su ciò che ci spinge a riempire di oggetti materiali i nostri bambini, piuttosto che offrire loro la possibilità di inventare da sé i propri giochi.

 

Lasciamo i giocattoli a casa e facciamo in modo che, almeno al Parco, ogni bambino sia libero di sporcarsi, inventare da sé i propri giochi e giocattoli, muoversi, raccontarsi, urlare, esprimersi.

Lasciamo ad ogni bambino la possibilità di liberarsi da comportamenti imposti, da gusti preconfezionati, dall’intrattenimento ad ogni costo.

Diamogli la possibilità di non avere niente e allo stesso tempo poter avere a disposizione tutto ciò di cui ha bisogno!

 

 

Ilaria 1