Perché abbiamo bisogno di educare alla libertà?

È da quando, nel nostro Paese, sono iniziati i provvedimenti governativi per la pandemia in atto, che mi frulla nella testa una consapevolezza che ho cercato di ascoltare in questi giorni, un pensiero che ho lasciato sedimentare in me per non condividere con voi parole dettate esclusivamente da una reazione “di pancia”.

Ho riflettuto a lungo se scrivere o no questo articolo e condividere con voi il mio pensiero perché, in un periodo delicato come questo, credo avremmo tutti bisogno di un po’ più di silenzio ma quando qualcosa brucia dentro è complicato tenerla a bada.

Perciò lascio a voi la scelta (ed il diritto) di accendere il silenzio o immergervi nelle mie riflessioni pedagogiche rispetto a ciò che ci sta accadendo come comunità. Fatene ciò che volete e, se ne avete voglia, creiamo un dibattito nei commenti: sarei felice di conoscere il vostro punto di vista.

Ciò che penso è essenzialmente questo: c’è bisogno di un’educazione con e alla libertà e questa è un’urgenza per la quale non è più ammissibile nessuna proroga. È questa la mia emergenza.

Mi sento di dire che se c’è un’emozione predominante e diffusa in questo momento sia la paura, un’amica leale e sincera, se sappiamo ascoltarla. Spesso però (se non abbiamo o non troviamo gli strumenti per accoglierla) può succedere che essa si trasformi in una rabbia difficilmente indirizzabile e che non riusciamo a comprendere. Sono i retaggi, a mio parere, di un’educazione all’obbedienza, un’educazione che ha messo da parte l’amore per far posto all’odio, alla competizione, alla prevaricazione dell’uno sull’altro, al giudizio. Un’educazione che ha messo da parte le emozioni, per lasciare spazio solo alla mente (una mente astratta poi, perché in quella reale, quella studiata dalle più moderne neuroscienze, quella teorizzata da Goleman e, in maniera differente, dalla psicoanalisi, anche le emozioni ed i vissuti personali hanno un posto).

Ci troviamo a non aver gli strumenti per vivere nella complessità del mondo, perché l’educazione che abbiamo ricevuto ha posto l’accento su qualcosa di obsoleto e poco affine all’essere umano.

Siamo stati abituati ad un’obbedienza passiva: a fare le cose solo perché ci viene detto di farle, senza porci dubbi, anche quando sentiamo che i nostri bisogni sono totalmente opposti.

Cosa succede quando ordiniamo ad un bambino di fare qualcosa di cui lui non sente la necessità? Le strade più comuni sono due:

  • il bambino la fa, magari si lagna un po’, ma esegue l’ordine contro la sua volontà;

  • il bambino si ribella, a volte per rivendicare fortemente i suoi diritti ma tante altre solo ed esclusivamente per il gusto di andare contro un’autorità di cui è succube allo stesso modo del bambino “obbediente”.  

La nostra educazione, quella che impartiamo attraverso le nostre scuole e nelle nostre case, nella stragrande maggioranza dei casi (non mi piace fare generalizzazioni), è un’educazione che genera bambini incredibilmente adattati al sistema o bambini che lo soffrono, ribellandosi ad esso. Spesso noi adulti, in entrambi i casi, reagiamo a queste manifestazioni dell’infanzia con la paura, emozione che a volte ci porta ad affibbiare loro delle etichette che difficilmente riusciranno a scrollarsi di dosso.

Che c’entra tutto questo con la situazione che stiamo vivendo ora?

C’entra, a mio parere, dal momento in cui noi adulti siamo stati educati sostanzialmente nella stessa maniera dei nostri figli. Certo, possono essere state abbandonate delle pratiche che, fortunatamente, abbiamo ritenuto violente e assolutamente dannose, come quella delle punizioni corporali, ma nella sostanza e soprattutto nelle intenzioni, il nostro modo di educare non è cambiato.

Educhiamo al futuro, educhiamo affinché i bambini possano adattarsi al sistema commerciale, educhiamo futuri lavoratori. Ci preoccupiamo che abbiano tutte le conoscenze necessarie per andare all’università, “per avere successo”, per realizzarsi nella vita.

In realtà, dunque, più che di educare ci preoccupiamo di istruire.

Ci preoccupiamo del futuro, dimenticandoci completamente del presente.

E per fare tutto ciò insegniamo loro che si deve combattere con il vicino per ottenere ciò che si vuole (sempre se si riesca a capire, altrimenti possiamo tranquillamente seguire la strada che qualcun altro ha scelto per noi o la via più semplice che ci offre la società). Insegniamo ai bambini che il fine giustifica i mezzi, che quindi è lecito prevaricare sull’altro per raggiungere i propri obiettivi. Non serve forse a questo il voto? Non dice niente del mio percorso d’apprendimento, di quanto e di come abbia appreso: mi dà un’indicazione oggettiva di un percorso che dovrebbe essere del tutto soggettivo, un giudizio di valore della mia modalità di apprendimento da poter comparare a quello degli altri. Così finisci per identificarti con quel voto, tu che sei un cinque e non combinerai mai niente di buono nella vita e inizi ad odiare profondamente quel tuo compagno che senza il minimo sforzo prende il suo bel 9 mentre tu non fai altro che studiare… oppure l’odio lo riversi nell’insegnante che non ti capisce, non vede i tuoi sforzi. Non gioiamo delle vittorie altrui, ci insegnano ad esserne gelosi.

Impariamo che tutto, per avere valore, debba essere misurabile.

Quante volte chiediamo ai nostri figli, dopo che ci hanno riportato il voto nella verifica di matematica: “E gli altri quanto hanno preso?”. Non stupiamoci poi se, quando lo rimproveriamo per qualche atteggiamento che non condividiamo, ci sentiamo rispondere: “Ma anche tizio l’ha fatto!”.

Insomma, ci sarebbe tanto da dire ma io sento mia una verità così semplice che quasi mi sembra banale a scriverla: l’odio genera odio e solo l’amore porta amore.

Perché abbiamo paura dell’amore in campo educativo?

Pennac nel suo “Diario di scuola” lo definisce come una “parolaccia”, uno di quei termini che non puoi pronunciare altrimenti vieni linciato.

Succede già dai primi giorni di vita di un bambino: ci preoccupiamo di fornirgli “troppo amore” e ci chiediamo se sia giusto tenerlo sempre in braccio, allattarlo ogni volta che lo richieda o farlo dormire nel lettone. Abbiamo paura che “prenda il vizio” dell’amore.

Ed è così che educando generazioni e generazioni con gli strumenti dell’obbedienza, del ricatto (i voti non sono altro che questo!), delle punizioni e dei premi (ossia del giudizio), dell’appiattimento del pensiero critico, ci ritroviamo con adulti colmi d’odio e di rabbia da riversare sui bersagli più facili perché troppo complicato scagliarsi contro l’autorità o al contrario adulti che si professano “contro” a prescindere, mettendo in dubbio qualsiasi cosa, non fidandosi di niente e di nessuno, forse neanche di se stessi. Adulti incapaci di accogliere ed ascoltare le proprie emozioni. Adulti che non si conoscono, che non sanno chi sono, che devono lottare per scardinare tutte le etichette e tutti i giudizi con cui sono cresciuti. Adulti eterni adolescenti, mai cresciuti, incapaci di assumersi le proprie responsabilità e quindi sempre in cerca di capri espiatori sui quali riversare le proprie frustrazioni o eroi ai quali, al contrario, affidare i propri sogni.

Non è matematico per fortuna ma è molto naturale che se sei stato giudicato e sei stato cresciuto in un contesto in cui esistono i “buoni” e i “cattivi”, in cui fai le cose solamente per l’approvazione degli altri (maestro o genitori), solamente per farti dire “bravo”, sarai un adulto a cui verrà spontaneo puntare il dito contro gli altri, che sceglierà un lavoro socialmente accettabile e non quello che sente più in linea con il proprio essere, un adulto che si impegna sul proprio lavoro solo per poter ricevere un aumento di stipendio o essere visto dal capo dell’azienda.

Non dico che tutto questo sia sbagliato, i miei non sono giudizi.

Credo però che tutto questo ci renda incredibilmente infelici e, molto spesso, l’infelicità ci porta a odiare nell’altro ciò che odiamo di noi stessi.

Sarà facile così prendersela con i runners o con le mamme che portano i figli a prendere un po’ d’aria sotto casa o ancora credere a qualsiasi fake news che si scagli contro il “nemico”, sbandierando di mettere in dubbio tutto senza realmente mettere in dubbio niente.

Tutto ciò che non accettiamo di noi stessi, lo riversiamo su chi abbiamo vicino. Spesso odiamo così tanto la parte “obbediente” di noi, quella che sin da bambini ci faceva assecondare le richieste della maestra anche quando le trovavamo ingiuste, che ci mettiamo a fare le ronde dai nostri balconi, puntando il dito contro gli altri per sentirci dire “bravo”. Come quando la maestra, in sua assenza, ci faceva andare alla lavagna a scrivere la lista dei “buoni” e dei “cattivi”.

Io stessa sono caduta in questa trappola. Mi sono scagliata contro qualcuno, solo per non fare i conti con le contraddizioni e la complessità del mio essere.

Non sto dicendo che dovremmo tutti ribellarci ed uscire fuori, ci tengo che non ci siano fraintendimenti e non passi questo messaggio. Non fa parte del mio essere sbandierare modalità di comportamento e non ho le competenze professionali adatte per poter sapere come ci si comporta di fronte ad una pandemia.

Dico solamente che un essere umano libero non guarda agli altri per giudicarli, sa mettere da parte i propri bisogni per il bene comunitario e non inciampa nell’errore del “se io faccio un sacrificio, pretendo che lo facciano anche gli altri” perché sa di essere nel giusto e questo gli basta.

Ecco, io credo sia umano incappare nella trappola del giudizio. Credo anche, però, che la scuola e la famiglia abbiano la propria fetta di responsabilità nei confronti di un mondo che è sempre di più profitto, massificazione, opportunismo e guerra.

Ho estrema fiducia nella bontà innata dell’essere umano e proprio per questo credo che la scuola abbia il compito di non interferire con essa, anzi di accompagnare l’essere umano nella ricerca della propria felicità. E quando sei felice e in pace con te stesso, non ti accontenti della tua di felicità, vuoi che anche gli altri lo siano, perché non c’è libertà né felicità, senza condivisione.

Neill, fondatore della scuola non autoritaria più longeva al mondo (Summerhill), scriveva: “Non è possibile ottenere un’umanità buona ricorrendo all’odio, alle punizioni, alla repressione. L’unica strada è quella dell’amore”.

Ci sarebbe ancora tanto da dire, tanto da approfondire.

Per questo, sto studiando un modo per poterlo fare insieme anche dalla distanza delle nostre case, sfruttando la parvenza di vicinanza che la tecnologia ci offre, per poterne discutere ancora. Se sentite il bisogno di saperne di più, anche solo per potermi convincere che mi sto sbagliando, consiglio di tenervi aggiornati tramite i nostri canali di comunicazione, perché presto vi svelerò cosa ho in mente.

Nel frattempo, io continuo la mia lista di apprendimenti da dis-imparare per spogliarmi delle etichette che ho aggiunto a me stessa, per poter mettere da parte l’odio, amarmi un po’ di più ed essere, in questo modo, l’educatrice che i bambini meritino io sia.

Questo è il compito che ho affidato a me stessa per la mia “scuola” di quarantena.

Ilaria 1